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La città che scotta
Perché le aree urbane stanno diventando forni e cosa possiamo fare per rinfrescarle
di Federico Serra e Ranieri Guerra
Quando il termometro supera i 35 gradi e l’asfalto sembra ribollire sotto i piedi, nelle città l’estate non è solo una stagione: è un’emergenza. Mentre le campagne si lasciano accarezzare dalla brezza e il calare del sole porta un po’ di ristoro, nei centri urbani la temperatura continua a salire anche dopo il tramonto, in una spirale di calore che rende le notti insonni, gli ospedali affollati e la qualità della vita sempre più a rischio.
Questo fenomeno ha un nome preciso: isola di calore urbana, in inglese Urban Heat Island (UHI). Ed è uno degli effetti più tangibili – e sottovalutati – del cambiamento climatico, dell’urbanizzazione selvaggia e di un modello di sviluppo che ha spesso dimenticato la natura nella pianificazione delle città.
Cos’è un’isola di calore urbana e perché ci riguarda tutti
L’isola di calore urbana è una condizione in cui una città, o una sua parte, registra temperature sensibilmente più alte rispetto alle zone rurali circostanti. Si parla spesso di differenze di 3-5 gradi, ma in alcune città, durante le ondate di calore, si possono raggiungere anche 7-10 gradi in più. E la tendenza è in aumento.
Le cause sono molteplici ma interconnesse:
- Materiali artificiali come cemento, asfalto e mattoni assorbono e trattengono calore molto più della vegetazione o dei suoli naturali;
- Assenza di ombra e verde urbano, che favorirebbero l’evapotraspirazione, ovvero la capacità delle piante di “raffreddare” l’aria;
- Uso intensivo di energia, soprattutto per climatizzatori e veicoli, che rilasciano calore residuo;
- Scarsa ventilazione dovuta alla densità edilizia e alla mancanza di corridoi d’aria;
- Urbanizzazione incontrollata, che impermeabilizza i suoli e impedisce la regolazione naturale della temperatura.
In sostanza, le città si comportano come gigantesche spugne di calore: si caricano durante il giorno e rilasciano energia termica lentamente di notte, impedendo il naturale raffreddamento notturno.
Italia rovente: i casi di Milano, Roma, Napoli
Il fenomeno non risparmia nessuna città italiana, anzi. I centri urbani del nostro Paese sono tra i più colpiti in Europa, complici la morfologia storica, la carenza di strategie urbane climatiche e la crescente urbanizzazione.
Milano, ad esempio, registra costantemente differenze di temperatura tra il centro e le aree verdi periferiche. Uno studio del Politecnico ha evidenziato che la zona di Piazza San Babila può essere fino a 6°C più calda rispetto al Parco Nord o al Parco della Martesana. Il centro, denso e cementificato, trattiene calore in modo massiccio, mentre le aree verdi agiscono come polmoni termici.
Roma, la “città eterna”, è anche una delle più calde d’Europa. I sampietrini e i monumenti storici assorbono il sole estivo, mentre l’espansione urbanistica a macchia d’olio ha ridotto le aree agricole e boschive della periferia. Zone come il quartiere Appio o la Tiburtina risultano bollenti, mentre il Parco della Caffarella o l’Appia Antica rappresentano vere oasi climatiche.
A Napoli, i quartieri storici e i rioni popolari densamente edificati – come la Sanità o il centro antico – soffrono di carenza di verde e ventilazione, mentre le zone collinari e i parchi (Capodimonte, Posillipo) offrono rifugio. Qui, la disuguaglianza climatica è particolarmente evidente: chi vive in aree più povere ha meno accesso a raffrescamento e spazi verdi.
Impatto sulla salute: chi paga il prezzo più alto del caldo urbano?
Le isole di calore non sono solo un fastidio estivo. Sono una vera minaccia per la salute pubblica, soprattutto per i soggetti più vulnerabili.
- Gli anziani soffrono per l’incapacità del loro organismo di termoregolarsi;
- I bambini sono più esposti alla disidratazione e ai colpi di calore;
- Le persone fragili o malate (cardiopatici, diabetici, asmatici) vedono aggravarsi le loro condizioni;
- I lavoratori all’aperto, come fattorini, muratori o addetti alla logistica, sono esposti a stress termici insostenibili.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, le ondate di calore hanno provocato fino a 18.000 morti premature solo in Europa nell’estate 2022, con un impatto significativo proprio nelle aree urbane. E la frequenza di questi eventi estremi è destinata ad aumentare.
Soluzioni e buone pratiche: come le città possono rispondere
Non tutto è perduto. Molte città stanno adottando misure efficaci per contrastare le isole di calore, ridisegnando lo spazio urbano in chiave climatica.
Rinverdire le città
La strategia più semplice e potente: piantare alberi, creare tetti verdi, aumentare la copertura vegetale. Gli alberi abbassano la temperatura grazie all’ombreggiamento e all’evaporazione dell’acqua attraverso le foglie.
- Parigi ha avviato il piano “Oasis”, trasformando i cortili scolastici in microclimi verdi con alberi, fontane e superfici permeabili, accessibili anche al pubblico durante le estati calde.
- Bologna partecipa al progetto europeo GAIA per mappare il microclima urbano e pianificare interventi verdi mirati. Il Comune ha anche attivato un “Piano del verde urbano” per aumentare la superficie forestale cittadina.
Materiali e superfici riflettenti
Le “cool surfaces” sono pavimentazioni e tetti chiari, capaci di riflettere la luce solare invece di assorbirla.
- New York ha tinteggiato di bianco migliaia di tetti piani negli ultimi anni per ridurre il calore assorbito.
- A Londra, ogni nuovo progetto edilizio deve dimostrare impatto positivo sul microclima, attraverso materiali riflettenti, alberature e ventilazione.
Acqua e ventilazione naturale
Introdurre l’acqua in città (fontane, canali, laghetti) aiuta a raffrescare l’ambiente urbano. Anche aprire corridoi per la ventilazione naturale, evitando “effetti canyon” tra palazzi, è strategico.
- Freiburg, in Germania, ha sviluppato un piano regolatore climatico che preserva le correnti d’aria naturali e integra la rete idrica nella progettazione urbana.
Diritto alla freschezza: verso un nuovo concetto di equità urbana
Affrontare le isole di calore urbane significa ripensare la giustizia urbana e ambientale. Le zone più calde spesso coincidono con le più povere, le meno servite, le più abbandonate.
Chi ha meno ha anche meno possibilità di difendersi dal caldo: meno accesso a spazi verdi, meno possibilità di usare condizionatori, meno tempo per fuggire verso luoghi freschi. La lotta contro il caldo urbano è anche una lotta per l’equità, la salute e la dignità.
Conclusione: rinfrescare il futuro
“La città che scotta” non è una metafora esagerata, ma una realtà con cui dovremo convivere ancora a lungo, se non cambiamo rotta. Ma la buona notizia è che le soluzioni sono a portata di mano: servono visione, investimenti e coraggio politico. Serve un’urbanistica nuova, che metta la salute, il verde, l’ombra e la resilienza climatica al centro dei piani regolatori.
Raffrescare la città non è solo un obiettivo ambientale. È un diritto di cittadinanza, un’azione di cura collettiva, un atto di giustizia verso le generazioni presenti e future.
SCIENZA, SALUTE E CAMBIAMENTO CLIMATICO
Un’agenda urbana per il futuro del pianeta
a cura di Andrea Lenzi per Science for Cities
Il cambiamento climatico non è più una minaccia remota o una previsione scientifica: è una realtà quotidiana, tangibile, che sta modificando radicalmente il nostro modo di vivere, ammalarsi e curarci. La crisi climatica non è solo ambientale, ma anche e soprattutto una crisi sanitaria e sociale. I suoi effetti si riverberano sulle città, che sono oggi il principale teatro delle trasformazioni in atto: epicentri di emissioni, ma anche laboratori di soluzioni. In questo contesto, scienza e salute diventano alleati strategici per affrontare un futuro incerto e per garantire giustizia climatica e benessere collettivo.
Il nesso tra clima e salute: una nuova priorità globale
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cambiamento climatico è la più grande minaccia alla salute globale del XXI secolo. L’aumento delle temperature, l’intensificarsi degli eventi estremi, l’alterazione degli ecosistemi e la diffusione di vettori patogeni stanno già incidendo sulla salute fisica e mentale delle persone. Inquinamento atmosferico, ondate di calore, carenza idrica e insicurezza alimentare rappresentano rischi crescenti, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione: anziani, bambini, malati cronici, migranti.
Le città come hub di trasformazione
Oltre il 70% delle emissioni di gas serra proviene dalle aree urbane. Ma le città, con la loro densità, infrastrutture e capacità innovativa, possono essere anche il luogo dove si costruiscono risposte efficaci. Politiche urbane lungimiranti – dalla mobilità sostenibile all’edilizia verde, dalla rigenerazione degli spazi pubblici alla promozione di stili di vita sani – possono ridurre le disuguaglianze ambientali e migliorare la salute dei cittadini. È nelle città che si possono testare modelli di resilienza e adattamento capaci di integrare scienza, governance e partecipazione.
Il ruolo della scienza: dati, decisioni, democrazia
La scienza è il motore del cambiamento. Non solo come fonte di evidenze, ma come strumento per orientare le politiche pubbliche, promuovere l’alfabetizzazione climatica e rafforzare la democrazia delle scelte. La collaborazione tra istituzioni accademiche, centri di ricerca, pubbliche amministrazioni e società civile è fondamentale per trasformare i dati in azione. La produzione e l’accesso trasparente a informazioni affidabili sono un presupposto per costruire fiducia e consenso intorno a una transizione ecologica giusta.
Salute urbana come bene comune
Rimettere la salute al centro delle politiche climatiche significa superare la visione settoriale e promuovere un approccio integrato. La salute non è solo assenza di malattia, ma equilibrio tra persone, ambiente e comunità. È un diritto umano fondamentale, ma anche un indicatore della qualità della democrazia e della sostenibilità. Le città devono dotarsi di strumenti nuovi – osservatori locali, Health City Manager, piani intersettoriali – per monitorare e governare le determinanti ambientali e sociali della salute.
Cinque azioni per rafforzare la cooperazione scientifica nazionale
Per affrontare efficacemente la crisi climatica nelle città italiane, Science for Cities propone cinque azioni concrete da attuare in stretta collaborazione con la comunità scientifica nazionale:
- Creare Osservatori Urbani Clima-Salute
Costituire una rete nazionale di Osservatori Urbani sul Clima e la Salute, in collaborazione con università, enti pubblici di ricerca e agenzie ambientali regionali, per raccogliere dati, analizzare i rischi e supportare la pianificazione urbana resiliente. - Promuovere un “Patto per la Scienza Urbana”
Avviare un patto nazionale che impegni università, IRCCS, istituzioni sanitarie, tecnici e amministrazioni a integrare la conoscenza scientifica nelle decisioni urbane e a sperimentare progetti pilota nei territori. - Attivare programmi di formazione interdisciplinare
Formare nuove figure professionali come gli Health City Manager, offrendo corsi interdisciplinari su epidemiologia ambientale, governance urbana e adattamento climatico. - Istituire un fondo per la ricerca locale applicata
Creare un fondo nazionale dedicato alla ricerca urbana sul nesso clima-salute, per finanziare iniziative scientifiche, progetti nei quartieri più fragili e sistemi di monitoraggio integrato. - Costruire una piattaforma nazionale di comunicazione scientifica
Lanciare una piattaforma digitale che renda accessibili a cittadini, scuole e amministratori dati, mappe, scenari e buone pratiche sul cambiamento climatico e la salute urbana.
Una chiamata all’azione per città più giuste e vivibili
L’agenda urbana della scienza e della salute deve essere al centro delle strategie di adattamento e mitigazione climatica. Serve un cambio di paradigma: non possiamo più pensare all’ambiente come sfondo, ma come protagonista delle politiche sanitarie e sociali. Le città che investono in spazi verdi, in qualità dell’aria, in infrastrutture sostenibili, non solo combattono il cambiamento climatico, ma migliorano la qualità della vita, riducono i costi sanitari, rafforzano la coesione sociale.
Science for Cities promuove una visione sistemica e cooperativa del futuro urbano: una visione che mette al centro la scienza, la salute e il benessere delle comunità. Perché abitare il pianeta, oggi, significa prendersene cura. E le città possono – e devono – essere il primo passo verso una nuova
DIABETE E CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA MINACCIA TRASVERSALE ALLA SALUTE GLOBALE
di Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia e della Federazione dele Società di Diabetologia
Il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana o un argomento confinato ai tavoli delle conferenze internazionali. È una realtà concreta che sta trasformando le nostre vite, le nostre città e i nostri sistemi sanitari. I suoi effetti, sebbene su larga scala, colpiscono in modo diseguale le fasce di popolazione più vulnerabili: tra queste, vi sono milioni di persone che convivono con il diabete, una delle patologie croniche più diffuse e complesse del nostro tempo.
Quando parliamo di cambiamento climatico, spesso ci soffermiamo sulle sue ripercussioni ambientali o economiche. Ma troppo poco si discute dell’impatto diretto sulla salute, e ancor meno sull’intersezione tra alterazioni climatiche e malattie croniche come il diabete. Eppure, la scienza ci dice chiaramente che esiste una relazione profonda, bidirezionale e preoccupante.
L’innalzamento delle temperature: un rischio sottovalutato
Le ondate di calore rappresentano uno dei fenomeni più tangibili del cambiamento climatico. Secondo i dati più recenti, esse sono diventate più frequenti, più lunghe e più intense. Per una persona con diabete, affrontare temperature elevate non è solo scomodo: può essere pericoloso.
I meccanismi di termoregolazione sono spesso compromessi nei soggetti diabetici, soprattutto se affetti da neuropatia autonomica. Questo li espone a un rischio aumentato di disidratazione, colpi di calore e scompensi metabolici. L’assunzione di farmaci ipoglicemizzanti, come l’insulina, può ulteriormente amplificare questo rischio, interferendo con la capacità dell’organismo di adattarsi allo stress termico.
Inquinamento atmosferico e incidenza del diabete
L’inquinamento atmosferico, in particolare l’esposizione a particolato fine (PM2.5), rappresenta un’altra variabile ambientale strettamente legata sia all’insorgenza che all’aggravamento del diabete di tipo 2. Gli studi epidemiologici hanno dimostrato come le polveri sottili siano in grado di attivare risposte infiammatorie sistemiche e di aumentare la resistenza insulinica.
Inoltre, vivere in aree urbane ad alta densità e con scarsa qualità dell’aria può scoraggiare l’attività fisica all’aperto, contribuendo indirettamente alla sedentarietà e all’obesità, due fattori chiave nello sviluppo della malattia diabetica. Non sorprende che le persone con diabete che vivono in zone fortemente inquinate mostrino più frequentemente complicanze cardiovascolari, una peggiore qualità del controllo glicemico e un rischio aumentato di ospedalizzazione.
Eventi climatici estremi: la fragilità delle cure croniche
Alluvioni, incendi, siccità e uragani sono manifestazioni sempre più frequenti della crisi climatica. Oltre ai danni diretti alle infrastrutture e alle abitazioni, questi eventi mettono a dura prova la capacità delle persone con malattie croniche di accedere ai servizi sanitari.
Le malattie infettive emergenti e il rischio aumentato per i diabetici
Il riscaldamento globale ha anche un effetto diretto sulla diffusione geografica di vettori di malattie infettive, come zanzare e zecche. Patologie come la dengue, la chikungunya o la malattia di Lyme stanno espandendo il proprio raggio d’azione verso latitudini precedentemente inattese. Le persone con diabete, che spesso presentano una compromissione della risposta immunitaria, sono più suscettibili a queste infezioni, con un rischio aumentato di complicanze.
Inoltre, la coesistenza di infezioni e malattia metabolica può comportare una maggiore instabilità glicemica, favorire l’insorgenza di chetoacidosi o ipoglicemie, e rendere più difficile l’erogazione delle cure.
Salute ambientale e salute metabolica: due facce della stessa medaglia
Alla luce di queste evidenze, è sempre più chiaro che la salute dell’ambiente e la salute delle persone sono interdipendenti. È necessario adottare un approccio “One Health” che riconosca come il benessere umano, animale e ambientale siano parte di un unico ecosistema.
La prevenzione del diabete – così come la sua gestione efficace – passa anche da città più verdi, aria più pulita, sistemi alimentari sostenibili e modelli di mobilità che favoriscano l’attività fisica. L’adattamento ai cambiamenti climatici deve includere misure specifiche per proteggere le persone con malattie croniche, garantendo l’accesso continuo alle terapie e rafforzando la resilienza dei sistemi sanitari.
Conclusioni: un nuovo paradigma per la diabetologia
Come presidente della Società Italiana di Diabetologia e della Federazione delle Società Diabetologiche , credo sia nostro dovere portare la questione climatica al centro del dibattito scientifico e politico anche in ambito diabetologico. Dobbiamo formare professionisti consapevoli di queste nuove intersezioni, sensibilizzare i pazienti, promuovere ricerche interdisciplinari e costruire alleanze con chi si occupa di ambiente, urbanistica, trasporti e politiche alimentari.
La crisi climatica è una crisi anche della salute. E chi si occupa di cronicità non può più restarne ai margini. Solo una risposta integrata e lungimirante ci permetterà di proteggere le persone con diabete, oggi e nei decenni a venire.
Nota: Questo articolo è stato redatto integrando informazioni tratte da studi scientifici pubblicati su fonti autorevoli, tra cui la National Library of Medicine e il Diabetes Research and Clinical Practice.
