Aree interne e crisi climatica: territori fragili, risorse strategiche

Floriana D’Ambrosio, Leonardo Villani

Osservatorio sulla Salute bene comune – Sezione di Igiene, Dipartimento Universitario di Scienze della Vita e Sanità Pubblica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Nell’epoca della grande crisi climatica, le aree interne italiane, spesso ai margini dello sviluppo industriale e infrastrutturale, si pongono come crocevia tra vulnerabilità ambientali, dinamiche di spopolamento e opportunità concrete di rinascita ecologica e comunitaria. Questi territori, storicamente caratterizzati da una minore pressione antropica e da un rapporto più equilibrato con l’ambiente, sono al tempo stesso sempre più esposti e fragili di fronte all’intensificarsi degli effetti della crisi climatica. Il riscaldamento globale, l’alterazione dei regimi pluviali e l’aumento della siccità stanno trasformando in profondità il paesaggio rurale e montano, con conseguenze già visibili nella riduzione della produttività agricola, nel degrado dei suoli, nella perdita della biodiversità e nell’aumento del rischio idrogeologico e di incendi boschivi. Il loro peculiare contesto geografico, spesso montano o collinare, li rende particolarmente sensibili a questi mutamenti. Le aree interne si trovano ad affrontare eventi estremi, come frane, alluvioni e ondate di calore prolungate, in condizioni di isolamento infrastrutturale e con una rete di servizi essenziali, inclusi quelli sanitari, spesso inadeguata e in via di contrazione. La fragilità delle comunità locali si aggrava ulteriormente in assenza di strumenti di prevenzione efficaci, di una tempestiva assistenza in caso di emergenza e di un supporto sociale e psicologico adeguato. Qui si manifesta in modo lampante la visione Planetary Health: la salute delle persone è intrinsecamente e indissolubilmente legata alla salute degli ecosistemi in cui vivono. L’incuria ambientale, la perdita di equilibrio ecologico e il mancato investimento nella tutela del territorio si traducono direttamente in un peggioramento delle condizioni di salute umana, un onere particolarmente gravoso per popolazioni già vulnerabili.

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, al 1 gennaio 2024, le aree interne italiane ospitavano circa 13,3 milioni di persone, distribuite in oltre 4000 comuni, pari a circa un quarto della popolazione nazionale. Tuttavia, tra il 2014 e il 2024, la popolazione residente in queste aree è diminuita del 5%, con punte del -6,3% nei comuni periferici e del -7,7% in quelli ultraperiferici. Questa emorragia demografica contribuisce a indebolire ulteriormente il tessuto sociale e la capacità di resilienza. In queste stesse aree, oltre un quarto degli abitanti ha più di sessantacinque anni e vive in contesti spesso privi dei principali servizi essenziali come trasporti efficienti, connettività digitale e presidi sanitari di base. Inoltre, il 49,6% della popolazione delle aree interne risiede in zone a rischio sismico elevato o molto elevato, con percentuali che superano il 56% nei comuni più periferici. Questa combinazione di declino demografico, invecchiamento progressivo della popolazione e accentuata esposizione a molteplici rischi ambientali acuisce in modo drammatico la necessità di un approccio che veda la salute in un contesto più ampio e interconnesso.

Nonostante queste sfide, le aree interne offrono opportunità uniche e inesplorate per una rinascita, sia ecologica sia sociale, che può fungere da modello per il resto del Paese. Valorizzare in modo sostenibile le risorse ambientali locali può diventare una leva strategica di sviluppo non solo per il territorio stesso, ma per l’intera nazione. I territori interni custodiscono una ricchezza ambientale straordinaria: dai bacini idrici, alle foreste, ai terreni agricoli fertili. Investire in pratiche di agricoltura sostenibile e biologica, nella produzione di energia da fonti rinnovabili, nella gestione attiva e conservativa del patrimonio naturale e in forme di turismo lento e rispettoso del territorio significa promuovere nuove economie circolari, più radicate, resilienti e a basso impatto ambientale, capaci di rigenerare profondamente il tessuto sociale e ambientale. Se gestite con lungimiranza e secondo principi di sostenibilità, queste risorse possono generare valore economico e benessere collettivo duraturo, senza compromettere l’equilibrio degli ecosistemi e la loro capacità di fornire servizi vitali.

Negli ultimi anni, sempre più persone guardano a questi contesti con rinnovato interesse. Giovani, famiglie, professionisti in cerca di stili di vita più sostenibili e a contatto con la natura, e anche migranti, stanno progressivamente riscoprendo le potenzialità delle aree interne, attratti dalla qualità della vita e dalla possibilità di contribuire a un modello di sviluppo diverso. Questo movimento, ancora frammentato ma in costante crescita, rappresenta una concreta opportunità di rigenerazione demografica e sociale, a condizione che sia sostenuto da politiche inclusive, capaci di garantire accesso ai servizi essenziali, alla mobilità efficiente e alla connettività digitale. Questo richiede un’applicazione concreta e diffusa del principio di “salute in tutte le politiche”, dove ogni settore, dai trasporti all’agricoltura, dall’urbanistica all’istruzione, riconosce e massimizza il proprio impatto sulla salute pubblica e sulla sostenibilità ambientale. Le decisioni politiche non possono più essere prese in silos, ma devono considerare le loro ripercussioni incrociate. Riconoscere il potenziale di questi territori richiede quindi un cambio di prospettiva radicale, abbandonando la logica centro-periferia. È indispensabile promuovere una visione integrata e interconnessa dello sviluppo, che non separi rigidamente ambiente, salute, economia e coesione sociale, ma li consideri elementi sinergici di un unico sistema. La crisi climatica, con le sue conseguenze profonde e trasversali, ci impone di ripensare radicalmente il concetto stesso di sviluppo, non più basato solo sulla crescita economica, ma riportando al centro la qualità della vita, la resilienza delle comunità e la cura dei luoghi e degli ecosistemi. L’impegno non è solo ecologico o sanitario, ma profondamente etico e sociale: garantire che nessuna comunità, e nessun individuo, sia lasciato indietro in questa transizione epocale, fornendo le risorse e il supporto necessari alle aree e alle popolazioni che sono in prima linea di fronte ai cambiamenti climatici e al depauperamento demografico. Il futuro del Paese, e la sua capacità di affrontare le sfide globali, passa anche dalla rigenerazione delle sue aree interne