Dialogue
Jeffrey Sachs*: “Il bene comune è l’unico futuro possibile per l’umanità”
Cosa significa oggi, in un mondo diviso da guerre, disuguaglianze e crisi ambientali?
Il bene comune globale è l’idea che la sopravvivenza e la prosperità dell’umanità dipendano da beni che non appartengono a nessuno, ma di cui tutti dipendiamo: l’atmosfera, l’oceano, la pace, la salute pubblica, la conoscenza scientifica.
Quando questi beni vengono distrutti o privatizzati, il mondo intero paga un prezzo.
Il problema è che la politica contemporanea, soprattutto nei Paesi più potenti, si è costruita sull’interesse nazionale e sul profitto a breve termine.
Ma le pandemie, il cambiamento climatico, le migrazioni o l’instabilità economica non conoscono confini. Ecco perché serve una nuova architettura etica e istituzionale che riconosca il bene comune come principio guida della governance globale.
In che modo la salute può essere un indicatore del grado di civiltà di una società?
La salute è il termometro morale di una comunità.
Se un Paese lascia indietro i più vulnerabili — i poveri, gli anziani, le persone con disabilità — allora non può dirsi davvero sviluppato.
L’OMS lo dice da decenni: Health for All. Eppure, dopo la pandemia, abbiamo visto come molti sistemi sanitari siano stati abbandonati alle logiche di mercato.
La salute è un bene comune perché la malattia di uno può diventare la malattia di tutti, come abbiamo imparato con il Covid.
Per questo io sostengo un concetto di “Planetary Health”: la salute delle persone dipende dalla salute degli ecosistemi. Se inquiniamo l’aria, distruggiamo le foreste o rendiamo le città invivibili, stiamo minando la base biologica del bene comune.
la globalizzazione ha indebolito il senso del bene comune?
La globalizzazione economica, così com’è stata costruita, ha effettivamente ampliato le disuguaglianze e concentrato il potere nelle mani di pochi.
Ma la globalizzazione della conoscenza, dei diritti e della consapevolezza può essere una forza straordinaria.
Oggi milioni di giovani nel mondo condividono valori comuni: pace, giustizia climatica, uguaglianza di genere, diritti umani.
Il bene comune nasce quando queste coscienze si uniscono.
Il problema è che i governi, spesso, sono ancora prigionieri della logica della sovranità assoluta e non riescono a cooperare. Ma senza cooperazione, il bene comune muore.
Il concetto di “bene comune” ha radici antiche, anche nella cultura europea e italiana.
L’Italia ha una tradizione civica unica: dal pensiero di Tommaso d’Aquino alla dottrina sociale della Chiesa, dal Rinascimento all’articolo 2 della Costituzione repubblicana, che riconosce i “diritti inviolabili dell’uomo” e richiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
L’Italia è la patria del bene comune come categoria etica e politica.
E oggi può guidare un nuovo umanesimo civile, soprattutto in Europa, unendo il tema della salute, dell’ambiente e della coesione sociale.
Ho seguito con interesse il lavoro di iniziative come la Carta di Roma di Science for Cities e il movimento delle Health Cities: rappresentano un esempio concreto di bene comune urbano, di salute come diritto collettivo.
In un mondo polarizzato, come si può ricostruire un linguaggio del bene comune?
Con tre parole: empatia, conoscenza, responsabilità.
Empatia, perché senza mettersi nei panni dell’altro non c’è politica che tenga.
Conoscenza, perché il bene comune non è un’utopia astratta, ma si costruisce con dati, scienza, pianificazione.
E responsabilità, perché nessun progresso è duraturo se non si accompagna a un’etica della cura: cura dell’ambiente, delle relazioni, delle istituzioni.
Il bene comune non è carità, è intelligenza collettiva. È capire che la mia felicità dipende anche da quella degli altri.
Come si può riassumere in una frase l’ idea di bene comune?
Il bene comune è l’arte di vivere insieme senza distruggere il mondo che ci permette di vivere.
È un principio di sopravvivenza, non di idealismo.
E la buona notizia è che possiamo ancora scegliere. Ma dobbiamo farlo ora, insieme, come comunità globale.
*Jeffrey Sachs, economista statunitense, direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University e consigliere ONU per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). È una delle voci più autorevoli al mondo sul concetto di bene comune globale e sulla necessità di una governance planetaria della salute, dell’ambiente e dell’economia.
CURARE E PRENDERSI CURA NELLA CITTÀ CHE CAMBIA: IL RUOLO DELLE ASSOCIAZIONI DI PAZIENTI, DELLE SOCIETÀ SCIENTIFICHE E DELLA PARTECIPAZIONE CIVICA NELLA NUOVA SANITÀ URBANA
a cura di Science for Cities
Nelle città del XXI secolo, dove si concentrano ricchezza e povertà, innovazione e fragilità, l’accesso alla salute diventa una cartina di tornasole della giustizia sociale. Le città italiane – dense, stratificate, diseguali – rappresentano oggi il teatro principale dove si giocano le sfide sanitarie più urgenti: l’invecchiamento della popolazione, la cronicità, la salute mentale, le malattie legate all’ambiente, il disagio sociale. In questo contesto, curare non basta più. Occorre anche prendersi cura, e per farlo è necessario attivare un’alleanza stabile e strutturata tra istituzioni, professionisti sanitari, società scientifiche, associazioni di pazienti e cittadini.
La città come spazio di salute: rischi e potenzialità
Le città non sono solo contenitori fisici di popolazione, ma ecosistemi complessi, in cui la salute delle persone dipende da una molteplicità di fattori: qualità dell’aria, accessibilità ai servizi sanitari, mobilità attiva, coesione sociale, sicurezza, disuguaglianze territoriali. L’urbanizzazione produce nuove vulnerabilità, ma può anche offrire opportunità straordinarie di innovazione e prossimità, se gestita con una visione integrata.
In particolare, le città possono diventare laboratori avanzati per:
- sviluppare modelli di sanità territoriale e domiciliare;
- promuovere l’health equity attraverso la pianificazione urbana inclusiva;
- sperimentare forme di partecipazione civica e co-progettazione della salute;
- attivare reti intersettoriali tra sanità, sociale, ambiente, educazione, cultura.
Associazioni di pazienti: sentinelle di prossimità e catalizzatori di comunità
Le città sono anche il luogo in cui si radicano e operano centinaia di associazioni di pazienti e familiari, che nel tempo sono diventate presidi informali ma fondamentali della salute urbana. Il loro valore è duplice:
- da un lato agiscono localmente: offrono supporto pratico, ascolto, orientamento, mediazione culturale, promozione di diritti e servizi di prossimità, specialmente nei quartieri più fragili;
- dall’altro incidono a livello sistemico, partecipando a tavoli decisionali, redigendo proposte, facendo advocacy sulle politiche sanitarie urbane.
La loro presenza è particolarmente preziosa nelle periferie urbane, dove la distanza dai centri decisionali e la carenza di servizi può trasformare la malattia in esclusione. Qui le associazioni svolgono un compito di riconnessione, aiutando il cittadino a ritrovare orientamento e dignità nel percorso di cura.
Il ruolo delle società scientifiche nella sanità urbana
Le società scientifiche costituiscono un altro attore cruciale nelle dinamiche urbane della salute. A livello cittadino e metropolitano, sono spesso promotrici di:
- progetti di formazione per medici di base, pediatri, farmacisti e infermieri;
- iniziative di sensibilizzazione pubblica in piazze, scuole, consultori;
- elaborazione di percorsi diagnostico-terapeutici integrati (PDTA) modellati sul territorio;
- partnership con associazioni civiche per la realizzazione di modelli partecipativi.
Nella città del futuro, le società scientifiche dovranno rafforzare il loro legame con il territorio e porsi come mediatrici tra la medicina dell’evidenza e la medicina delle relazioni, promuovendo percorsi di innovazione condivisa.
Una cornice normativa che abilita: il ruolo della Legge di Bilancio 2025
La Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024) segna una svolta epocale nel riconoscimento formale della partecipazione civica in sanità. Prevede infatti:
- l’istituzione del Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS), che accredita le associazioni di pazienti per la loro inclusione nei processi decisionali;
- la partecipazione regolata delle associazioni ai tavoli del Ministero della Salute e dell’AIFA, con criteri di trasparenza, rappresentanza e continuità;
- la valorizzazione del ruolo consultivo e propositivo di queste realtà nella definizione delle politiche del farmaco, nella valutazione dei bisogni e nei percorsi di umanizzazione.
Queste disposizioni possono avere un impatto straordinario proprio nelle città, dove è più forte la domanda di salute di prossimità e dove maggiore è la possibilità di sperimentare modelli partecipativi innovativi.
Governance urbana della salute: una nuova alleanza territoriale
Per affrontare le sfide sanitarie nelle città, è necessario passare da una sanità centralizzata a una sanità collaborativa, fondata su:
- una governance multilivello tra Regione, Comune, Aziende Sanitarie, Terzo Settore e società scientifiche;
- osservatori metropolitani della salute che raccolgano dati geo-referenziati e integrino indicatori clinici e sociali;
- presidi civici stabili nei quartieri (case della salute, sportelli delle associazioni, consultori civici);
- modelli co-progettati di prevenzione, cura e riabilitazione, centrati sulla persona e non sulla prestazione.
In questo quadro, le città possono diventare laboratori di sanità partecipata, in cui si sperimentano forme avanzate di presa in carico comunitaria, educazione alla salute e innovazione organizzativa.
Conclusione – La città che si prende cura è una città che include
In un tempo in cui la sanità rischia di diventare sempre più tecnica, distaccata, impersonale, le città possono riportare la cura al centro della comunità, se valorizzano il ruolo delle associazioni, ascoltano la voce dei pazienti, costruiscono ponti con le società scientifiche e promuovono la partecipazione attiva dei cittadini.
La Legge di Bilancio 2025 offre strumenti per rendere tutto questo possibile. Ma sarà nelle politiche urbane, nella capacità delle amministrazioni locali di agire con coraggio e visione, che si giocherà la reale possibilità di un cambiamento strutturale.
Perché la città che cura è quella che sa includere, che ascolta chi è fragile, che fa della salute un diritto e non un privilegio. E che costruisce il benessere non come un servizio da erogare, ma come un patto sociale da realizzare insieme.
