CITIES+ – Come le città stanno ridefinendo il diritto a stare bene

Ranieri Guerra – Federico Serra

La città come mappa biologica

Negli ultimi anni la salute è diventata un tema urbano. Non solo perché l’80% della popolazione europea vive ormai in città, ma perché gli spazi, le disuguaglianze e le politiche urbane plasmano sempre più la qualità e la durata della vita.

Camminare, respirare, curarsi: tre gesti quotidiani che oggi dipendono dal codice postale più che dal codice genetico. La salute si è fatta geografia. E, come accade per la casa o il lavoro, anche il benessere tende a concentrarsi nei quartieri più ricchi, dove l’ambiente è pulito, i servizi sono accessibili, le opportunità più numerose.

È la gentrificazione della salute, una dinamica ancora poco discussa ma già visibile: quando i processi di rigenerazione urbana migliorano il benessere solo per chi può permetterselo; quando la prevenzione e la cura diventano marchi di distinzione; quando l’idea stessa di salute viene “riqualificata” come un lusso estetico, un segno di modernità.

Non è un processo intenzionale, ma strutturale: le città si curano, ma non sempre curano chi le abita.

In Italia, da Milano a Palermo, questa frattura è evidente. Dietro ogni riqualificazione, dietro ogni pista ciclabile o nuovo parco urbano, si nasconde una domanda politica: chi beneficia di tutto questo?

Milano – Il benessere come nuovo skyline

Milano è l’emblema della salute che diventa linguaggio urbano. Dalle torri di Porta Nuova ai viali alberati di CityLife, la città promuove un’estetica del benessere fatta di mobilità sostenibile, ristoranti bio, centri fitness e smart working salutista.

Ma a pochi chilometri, nelle periferie di Quarto Oggiaro o Corvetto, la distanza dal sistema sanitario, la scarsità di spazi verdi e la povertà alimentare costruiscono un’altra mappa: quella della salute negata.

Milano è la capitale italiana della wellness economy, ma anche del divario tra chi può “scegliere” stili di vita sani e chi invece subisce ambienti insalubri. La gentrificazione qui si misura in passi: quelli che separano il parco riqualificato dal quartiere che non lo vede mai.

Roma – Il corpo diviso della capitale

Roma è una città fatta di tempi disuguali. Nei quartieri centrali la salute è parte della quotidianità — tra studi di nutrizione, palestre boutique, coworking “healthy” e cliniche private. Ma ai margini, tra Tor Bella Monaca, San Basilio e Corviale, il tempo della salute è lento: liste d’attesa lunghe, assenza di medici di base, trasporti difficili.

Qui la gentrificazione è temporale: chi abita in centro vive in media cinque anni più a lungo.

Roma non è solo “eterna”, è anche biologicamente diseguale: due città nello stesso corpo, due velocità del vivere.

Napoli – La resistenza del corpo popolare

A Napoli la salute non è un privilegio, è una battaglia quotidiana. Nei quartieri storici riqualificati, il benessere si traduce in turismo salutista, cammini culturali, nuove piste ciclabili. Ma a Ponticelli, Scampia o San Giovanni a Teduccio, il rischio di malattie croniche è tra i più alti del Paese.

La città reagisce però con il suo antidoto naturale: la comunità. Iniziative di salute di prossimità, palestre sociali, orti condivisi e reti di solidarietà ridisegnano un’idea collettiva di cura. Napoli mostra che la de-gentrificazione della salute è possibile: non nasce dal mercato, ma dalla cultura della relazione.

Bologna – Il benessere gentile e le nuove esclusioni

Bologna viene spesso raccontata come modello di salute urbana, grazie alla qualità dei servizi e alla rete sanitaria territoriale. Tuttavia, anche qui il benessere si distribuisce in modo diseguale. I quartieri centrali e universitari attraggono una popolazione giovane, istruita e digitalmente connessa, capace di sfruttare app sanitarie, prenotazioni online, assistenza telemedica.

Ma nelle periferie e tra gli anziani, le competenze digitali scarseggiano. Si afferma così una gentrificazione gentile: non economica ma tecnologica, in cui la salute è più accessibile a chi sa orientarsi nei nuovi strumenti digitali della cura.

Torino – La fabbrica del benessere post-industriale

Torino ha imparato a trasformarsi. Dopo la crisi industriale, la città ha investito in spazi pubblici, piste ciclabili, orti urbani, parchi lungo la Dora e il Po. Tuttavia, la distribuzione del benessere resta disomogenea. Le malattie respiratorie e la sedentarietà sono ancora più frequenti nelle ex zone operaie, dove la qualità dell’aria e le opportunità di movimento restano inferiori.

La città innovativa convive con la città resistente. Il rischio è che il nuovo modello di “green city” produca benessere selettivo, replicando nel corpo urbano le stesse disuguaglianze della sua storia industriale.

Palermo – La salute che resiste ai margini

A Palermo la salute è questione di prossimità. Le aree centrali — Kalsa, Politeama, Libertà — vivono una nuova stagione di rigenerazione, ma i quartieri popolari come Zen, Brancaccio o Sperone restano distanti da qualunque infrastruttura sanitaria.

Qui la gentrificazione non è solo urbana ma emotiva: l’idea stessa di salute viene percepita come un privilegio, non come un diritto. Tuttavia, la rete di associazioni, parrocchie e medici volontari costruisce una sanità dal basso che tiene viva la speranza. Palermo insegna che curare la città significa non dimenticare chi non può permettersi di ammalarsi.

Venezia – La città che perde i suoi medici

A Venezia la gentrificazione della salute si intreccia con quella dell’abitare. La città storica si svuota dei suoi residenti e, con essi, dei servizi sanitari di prossimità: farmacie, ambulatori, medici di base. Le isole minori sono tagliate fuori dalla rete ospedaliera, e la popolazione anziana cresce in isolamento.

Venezia si ammala di assenza: è la città che si cura solo quando qualcuno la visita. Qui la salute, come l’acqua della laguna, si ritira lentamente, lasciando dietro di sé un vuoto vitale.

Verso una città che cura

In tutte queste città la salute è diventata uno specchio delle disuguaglianze urbane. Si parla di “rigenerazione”, ma spesso si rigenera solo l’immagine, non la sostanza. Le politiche urbane raramente includono la salute come parametro di equità.

Eppure, la de-gentrificazione della salute non è un’utopia. Si costruisce con interventi semplici ma sistemici: centri di prossimità, trasporto sanitario diffuso, educazione alla salute nei quartieri popolari, riconversione degli spazi pubblici in luoghi di prevenzione.

Le città che vogliono definirsi “sane” non devono solo promuovere il benessere: devono redistribuirlo.

Perché la vera città del futuro non è quella che si mostra in salute, ma quella che fa spazio alla salute di tutti.