LA GENTRIFICAZIONE DELLA SALUTE

C’è una nuova forma di gentrificazione che non riguarda più soltanto i quartieri, ma i corpi. È la gentrificazione della salute, quella lenta e silenziosa trasformazione per cui il benessere diventa un codice postale, un privilegio sociale, un segno di appartenenza. Così come le città si svuotano dei loro abitanti originari per far spazio a chi può permettersi affitti più alti e caffè più costosi, anche la salute viene progressivamente “espulsa” dalle periferie della società, riorganizzata attorno ai centri dove prosperano le risorse, le conoscenze e i servizi.

La retorica della “scelta salutare” – camminare invece di prendere l’auto, mangiare bene, fare attività fisica – nasconde spesso la disuguaglianza delle possibilità. Non tutti vivono in quartieri con marciapiedi sicuri, piste ciclabili, parchi o supermercati che vendano frutta fresca a prezzi accessibili. Non tutti possono iscriversi in palestra o prendersi un giorno libero per una visita di prevenzione. La salute, come la casa, è diventata un bene differenziale: un indicatore di status, un segnale di appartenenza, una forma di capitale sociale.

In molte città europee e italiane, i centri urbani si riempiono di spazi “healthy” – bar biologici, yoga hub, poliambulatori privati, centri di medicina personalizzata – mentre nelle periferie aumentano le liste d’attesa, le malattie croniche e la distanza simbolica dai luoghi del benessere. Si costruiscono nuovi ecosistemi della salute urbana, ma troppo spesso essi seguono la logica del mercato, non quella della giustizia. L’accesso alle cure diventa un lusso estetico, un modo per distinguersi, non per includere.

La gentrificazione della salute non è solo economica, è culturale. È la trasformazione di un diritto in uno stile di vita. È la convinzione che la salute dipenda solo dalle scelte individuali, non dai contesti sociali. È l’illusione meritocratica del corpo efficiente, performante, controllato: il corpo che corre nei parchi urbani riqualificati, che misura i battiti con l’orologio digitale, che partecipa a maratone sponsorizzate. Ma per ogni corridore che scatta sulla pista, c’è un anziano che non riesce più a raggiungere il proprio ambulatorio, un bambino che non trova un parco, una donna che rinuncia a una visita perché troppo lontana o troppo cara.

Occorre allora de-gentrificare la salute. Riportarla nei luoghi da cui è stata espulsa: nelle scuole, nelle case popolari, nei quartieri dormitorio, nei territori rurali. Significa progettare città in cui il benessere non sia il risultato della selezione economica, ma della coesione sociale. Significa investire nella prossimità, nella prevenzione, nei servizi territoriali, nell’educazione sanitaria diffusa. Significa considerare la salute non come una merce o un’estetica, ma come bene comune urbano.

In un tempo in cui l’urbanistica del benessere rischia di diventare marketing territoriale, la vera sfida politica è redistribuire l’accesso alla salute così come si dovrebbe redistribuire l’accesso alla casa. Perché non c’è città davvero inclusiva se il diritto di stare bene è riservato solo a chi può pagarlo.

La salute, come la città, ha bisogno di essere abitata da tutti.