Le aree interne non vanno condannate a morte: l’appello dei vescovi per una rinascita dei territori

Le aree interne italiane non possono essere considerate territori destinati all’abbandono, né tantomeno accompagnate lungo un cammino di “estinzione demografica” già scritto. A ribadirlo con forza è stata la lettera aperta firmata da 139 cardinali e vescovi italiani, indirizzata al Governo e al Parlamento, in cui i pastori della Chiesa italiana chiedono un cambio di paradigma profondo nel modo di guardare a questi luoghi.

Secondo i firmatari, non è sufficiente leggere le aree interne attraverso la lente dei numeri: spopolamento, invecchiamento, chiusura di servizi. Bisogna invece adottare una narrazione qualitativa, che sappia valorizzare il capitale umano, sociale e culturale che questi territori custodiscono. Sono comunità che hanno garantito per secoli la sopravvivenza di tradizioni, biodiversità, saperi artigianali e legami sociali forti, e che oggi chiedono politiche nuove, fondate su giustizia sociale, coesione e sviluppo sostenibile.

Tra i promotori dell’appello figurano il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, e l’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, primo firmatario della lettera. Le loro parole richiamano la responsabilità delle istituzioni: non si tratta solo di “contenere i danni” dello spopolamento, ma di immaginare un futuro di rinascita e resilienza per comunità che rappresentano un patrimonio vivo del Paese.

L’appello dei vescovi tocca temi centrali come la tenuta dei servizi sanitari e scolastici, la tutela ambientale, l’accessibilità delle infrastrutture e la possibilità per i giovani di trovare lavoro senza essere costretti a migrare. È, in altre parole, una richiesta di giustizia territoriale, affinché nessuna parte d’Italia venga considerata marginale o sacrificabile.

La sfida è culturale prima ancora che politica: cambiare lo sguardo sulle aree interne significa riconoscerne non solo le fragilità, ma soprattutto le potenzialità. Non si tratta di accompagnarle a una lenta fine, bensì di sostenerle in un percorso di rinascita, mettendo al centro la vita delle persone che ancora le abitano.