L’Italia tra i Paesi più longevi d’Europa, ma il vero traguardo è vivere bene

Quando si parla di aspettativa di vita, l’Europa continua a mostrarsi come uno dei continenti più longevi al mondo. Ma un conto è vivere a lungo, un altro è farlo in buona salute. I dati più recenti di Eurostat – pubblicati nell’estate 2025 – ci raccontano proprio questo: quanto a lungo un cittadino europeo può attendersi di vivere senza gravi limitazioni, in quella condizione di “salute percepita” che consente di lavorare, muoversi, coltivare relazioni e godersi la vita quotidiana.

La media europea si ferma a 63,1 anni in buona salute. È un numero che colpisce, se confrontato con l’aspettativa di vita complessiva alla nascita, pari a 81,4 anni. Significa che, in media, gli europei trascorrono circa un quarto della propria esistenza convivendo con malattie croniche, disabilità o limitazioni significative. Una realtà che apre interrogativi non solo sanitari, ma anche sociali ed economici: come sostenere sistemi pensionistici, welfare e assistenza a fronte di una popolazione che vive a lungo ma non sempre in condizioni ottimali?

Italia al vertice, ma non sola

All’interno di questo quadro, l’Italia si colloca tra i Paesi con le migliori performance. Gli italiani possono aspettarsi 69,1 anni di vita in buona salute, un dato che ci colloca al secondo posto in Europa, dietro solo a Malta (71,4 anni) e davanti alla Bulgaria (68,6 anni). È un primato che si affianca a un altro: l’aspettativa di vita complessiva, che in Italia raggiunge 83,5 anni, tra le più alte del continente.

Se si guardano le differenze di genere, emergono sfumature interessanti: le donne italiane vivono in buona salute in media fino a 69,6 anni, mentre gli uomini si fermano a 68,5. Una distanza minima, soprattutto se confrontata con i divari che si osservano in altri Paesi europei, dove il vantaggio femminile è molto più marcato.

Le disparità europee

Non tutti, però, possono vantare lo stesso scenario. In Lituania, ad esempio, l’aspettativa di vita in buona salute si ferma a 52,7 anni; in Danimarca e in Finlandia non supera i 57. Paesi che, paradossalmente, hanno livelli complessivi di aspettativa di vita paragonabili o addirittura superiori alla media UE, ma che vedono i propri cittadini convivere più a lungo con condizioni di fragilità e malattia.

La forbice tra Malta e Lituania supera i 18 anni: un divario enorme, che riflette non solo differenze nei sistemi sanitari, ma anche stili di vita, condizioni sociali, reti di protezione e persino fattori culturali. Non è un caso che il Sud Europa – Italia, Malta, Spagna – tenda a collocarsi nella fascia alta della classifica, mentre alcune nazioni del Nord ed Est Europa mostrano valori più bassi, nonostante sistemi di welfare spesso avanzati.

Vivere a lungo, vivere bene

Il dato forse più interessante, e al tempo stesso più problematico, riguarda il rapporto tra anni vissuti e anni vissuti in buona salute. Un uomo europeo, in media, trascorre l’80% della propria vita in condizioni soddisfacenti, contro il 75% delle donne. Ma poiché le donne vivono più a lungo, la parte di vita vissuta con limitazioni risulta proporzionalmente più ampia.

Questo spiega perché le politiche sanitarie non possono limitarsi a prolungare la vita: devono piuttosto investire sulla qualità degli anni guadagnati. Non basta aumentare l’aspettativa di vita, bisogna ridurre il carico di malattie croniche, promuovere prevenzione, rafforzare la medicina territoriale e sostenere stili di vita sani.

L’Italia e la sfida del futuro

Che l’Italia occupi una posizione di vertice è motivo di orgoglio, ma anche di responsabilità. I 69 anni di vita in buona salute degli italiani non sono un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza per ripensare le politiche di salute pubblica.

Con una popolazione che invecchia rapidamente, la vera sfida sarà garantire che gli ultimi decenni di vita non siano anni di dipendenza e fragilità, ma periodi in cui le persone possano rimanere attive, integrate nella società e capaci di vivere con dignità.

In questo senso, il nostro Paese può diventare un laboratorio per l’Europa: investendo in prevenzione, in programmi di invecchiamento attivo, nella promozione di diete sane e attività fisica, e nell’innovazione sanitaria digitale, che può aiutare a monitorare, prevenire e curare meglio.

Conclusione

I numeri di Eurostat ci raccontano una storia fatta di luci e ombre. L’Italia primeggia in Europa per longevità e anni vissuti in salute, ma le disuguaglianze tra i Paesi rimangono forti e le differenze di genere ci ricordano che non tutte le persone beneficiano allo stesso modo dei progressi raggiunti.

La vera domanda, dunque, non è solo “quanti anni vivremo?”, ma soprattutto “in che condizioni vivremo quegli anni?”. È qui che si giocherà il futuro della sanità e delle politiche sociali europee.