SALUTE NELLE AREE INTERNE: UNA QUESTIONE DI EQUITÀ, PROSSIMITÀ E DIGNITÀ
di Ranieri Guerra e Federico Serra, Cities+
Le aree interne rappresentano l’Italia profonda, diffusa, resiliente. Sono i piccoli comuni montani, le valli isolate, le aree collinari lontane dai grandi centri, i borghi che resistono allo spopolamento e custodiscono patrimoni culturali, ambientali e sociali straordinari. Ma sono anche i territori dove l’accesso alla salute è più fragile, diseguale, compromesso. Dove la distanza da un ospedale può misurarsi in ore. Dove mancano medici, infermieri, farmacie, servizi. Dove la cura rischia di diventare un privilegio, non un diritto.
Parlare di salute nelle aree interne significa oggi affrontare una delle sfide più urgenti della sanità pubblica italiana: quella dell’equità territoriale. Significa riconoscere che la salute non è distribuita in modo uniforme, e che vivere in un piccolo comune dell’Appennino o di un’isola minore può voler dire avere aspettative di vita più basse, maggiori difficoltà nell’accesso alle cure, e un maggiore rischio di isolamento e solitudine.
La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), attiva dal 2014, ha messo in luce questa realtà: molti territori italiani soffrono una distanza strutturale dai servizi essenziali, in particolare da quelli sanitari e sociosanitari. Queste “aree fragili” ospitano oltre 13 milioni di persone, spesso anziane, con patologie croniche e con difficoltà economiche. In questi contesti, la prevenzione è debole, la medicina generale è sotto pressione, la salute mentale è poco assistita, e la rete dei servizi è discontinua.
Ma la salute non è solo ospedali. È ambiente salubre, relazioni sociali, accessibilità, sicurezza, alimentazione di qualità, cultura della cura. E da questo punto di vista, le aree interne possiedono anche grandi potenzialità. Offrono spazi aperti, legami comunitari forti, risorse agroalimentari sane, ritmi di vita meno stressanti. È proprio partendo da queste risorse che si può costruire un modello di salute territoriale nuovo, inclusivo, sostenibile.
Servono investimenti. Servono Presidi di comunità, telemedicina accessibile, assistenza domiciliare potenziata, farmacie dei servizi, case della comunità che non siano solo etichette ma presenze vive e multifunzionali. Serve una sanità di prossimità, non di emergenza. E serve personale: giovani medici e infermieri che scelgano di lavorare in questi luoghi, sostenuti da incentivi, formazione e riconoscimento professionale.
Ma serve soprattutto una visione integrata: non si può parlare di salute nelle aree interne senza parlare di trasporti, scuola, lavoro, connettività, coesione sociale. La salute è un indicatore sensibile della qualità della vita: se mancano strade, autobus, ambulatori, farmacie, allora le persone se ne vanno. E con loro se ne va un pezzo di Paese.
La digitalizzazione può offrire una leva importante, ma non basta dotare un ambulatorio di un tablet. Serve un’alfabetizzazione digitale diffusa, serve un’infrastruttura tecnologica affidabile, ma soprattutto servono relazioni umane. Anche la tecnologia deve essere “prossima”, cioè al servizio dei bisogni reali delle comunità.
Le esperienze virtuose non mancano. In molte regioni, progetti di sanità itinerante, ambulatori mobili, reti di volontariato, cooperative di comunità stanno dimostrando che si può fare salute anche nei contesti più decentrati. Laddove si sperimenta una co-progettazione tra cittadini, istituzioni e professionisti, i risultati arrivano: migliori esiti clinici, maggiore soddisfazione, riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso, maggiore adesione ai programmi di prevenzione.
Investire nella salute delle aree interne non è solo una scelta tecnica, è una scelta politica e culturale. Significa affermare che ogni persona conta, ovunque viva. Significa proteggere i diritti fondamentali anche laddove il mercato, la logica dei numeri o la velocità del mondo sembrano non arrivare. Significa riscrivere il patto tra centro e margini, tra grandi città e borghi, tra Stato e territorio.
Le aree interne sono spesso raccontate come luoghi “in ritardo”. Ma possono diventare laboratori di innovazione sociale, avamposti di un nuovo welfare comunitario, territori pilota per sperimentare una salute integrata con l’ambiente, l’agricoltura, la scuola, la cultura.
La salute nelle aree interne non è un tema di nicchia. È la cartina di tornasole di quanto crediamo davvero nel nostro Servizio Sanitario Nazionale. È lì, nelle zone meno visibili, che si misura la coerenza dei nostri principi. E forse anche la nostra idea di giustizia.
Focus regionale: la Basilicata, laboratorio silenzioso di salute territoriale
Tra le regioni italiane, la Basilicata rappresenta uno dei casi più emblematici per comprendere le criticità e le opportunità della salute nelle aree interne. Con una popolazione in calo costante, un’alta percentuale di anziani, una bassa densità abitativa e una rete infrastrutturale fragile, questa regione incarna pienamente le sfide del “vivere ai margini”. Eppure, è anche un territorio che sta cercando, in silenzio ma con determinazione, di reinventare la prossimità come chiave di futuro.
Il 90% dei comuni lucani ha meno di 5.000 abitanti, molti dei quali situati in aree montane o collinari. L’accesso ai servizi sanitari risente di una logistica complessa, della scarsità di personale medico e dell’età avanzata della popolazione. Il tasso di cronicità è elevato, con una prevalenza significativa di patologie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie e depressione, acuite anche da fattori ambientali e sociali.
Nonostante queste criticità, la Basilicata ha saputo sviluppare progetti territoriali innovativi. Tra questi spicca l’esperienza dei Presidi territoriali di assistenza (PTA), delle Unità complesse di cure primarie (UCCP) e di alcuni modelli sperimentali di presa in carico domiciliare integrata. In aree come il Pollino, la Val d’Agri e il Vulture, si stanno testando forme di sanità diffusa, con servizi infermieristici itineranti, piccoli centri multiservizi, telemedicina in ambito cardiologico e diabetologico, grazie anche al supporto di fondi PNRR e SNAI.
Un’altra esperienza interessante è rappresentata dal coinvolgimento delle farmacie rurali come punto di snodo tra cittadino e servizi. In contesti dove il medico di base è presente solo poche ore a settimana, la farmacia diventa un presidio essenziale per l’orientamento, la prevenzione, la consegna dei farmaci, l’educazione sanitaria.
Fondamentale è anche il ruolo del terzo settore e delle reti di volontariato, spesso attive nel trasporto sociale, nell’accompagnamento terapeutico, nella lotta alla solitudine. In molte realtà lucane, è la comunità che si prende cura della comunità: un capitale sociale prezioso, che andrebbe sostenuto strutturalmente con risorse e riconoscimenti adeguati.
Tuttavia, permangono gravi criticità: la carenza di specialisti, l’assenza di punti nascita in molte aree, la migrazione sanitaria verso Puglia e Campania, la scarsa integrazione tra ospedale e territorio. Serve un cambio di paradigma che veda la Basilicata non solo come “terra da soccorrere”, ma come territorio da valorizzare per la sua capacità di innovazione silenziosa.
Investire nella salute delle aree interne lucane – e in particolare in progetti strutturati di prevenzione, domiciliarità, integrazione sociosanitaria – non significa solo ridurre le diseguaglianze. Significa ridare dignità a territori storicamente ignorati, e fare della prossimità una leva di sostenibilità, giustizia e rinascita.
