URBAN HEALTH DEVE UNA DIMENSIONE GLOBALE, INTERCONNESSA AL BENE COMUNE – di Andrea Lenzi

I rischi sistemici globali, dai conflitti armati, fino agli shock e agli stress climatici devastanti, hanno un impatto sproporzionato sulle città. Uno dei motivi è l’inarrestabile movimento di persone verso le aree urbane. Si stima che il 56% della popolazione mondiale viva attualmente in un ambiente urbano. Entro il 2050 la quota salirà al 68 per cento e supererà l’8,5 per cento entro il 2100. Per mettere questi numeri in prospettiva, la popolazione urbana sarà cresciuta da meno di 1 miliardo nel 1950 a oltre 9 miliardi entro il 2100. Data la crescita vertiginosa del numero e delle dimensioni delle città, la necessità di progettare spazi urbani verdi, inclusivi e digitalmente resilienti e costruire un concetto di Healthy City è più urgente che mai.                                                                               

Incendi, inondazioni, siccità, ondate di calore, pandemie minori e maggiori. Forse più che mai, gli ultimi anni ci hanno fatto capire che viviamo in un mondo fragile. Noi – esseri umani – abbiamo sempre più concentrato la nostra vita in luoghi particolari: da circa 10.000 anni fa ci siamo spostati nelle città. Oggi il 21° secolo è stato soprannominato “Il secolo dello sviluppo urbano” e per la prima volta, la maggior parte delle persone sul pianeta vive in città, spopolando di fatto le aree rurali.                                                                                                                                           L’urbanizzazione dipende da molti fattori, che spesso però non si intersecano con le visioni integrative del globali e vi è oggi una dimensione olistica e integrativa, che punta ad una dimensioni del mondo che coniuga scienza, ambiente, salute, sostenibilità, sviluppo e benessere individuale e collettivo. “One Health”, insieme ai suoi “parenti stretti” quale Eco Health, One Medicine e Planetary Health, è un campo di pratica e di studio che riconosce l’interconnessione di tutta la vita sul pianeta, connettendo l’uomo con l’ambiente nel quale vive..                                                        

Cambiamenti abbastanza recenti nei modelli di salute e malattia, vedi ad esempio la pandemia di COVID 19, hanno indotto gli aspetti a riconsiderare le strutture urbanistiche delle città, connettendoli con il concetto di sostenibilità , salute e benessere. La vita in città, e in particolare la vita cittadina nelle periferie suburbane, può avere grandi implicazioni sui vasti endemismi di malattie croniche non trasmissibili. L’insorgenza di queste condizioni, tra cui l’obesità, il diabete, l’asma, le malattie cardiovascolari e i tumori, uniti a quelli che molti – purtroppo – considerano pericoli minori come le allergie, la depressione e il dolore cronico, può essere mappata sulla ricchezza dei quartieri e delle comunità creando quadri dove emergono le vulnerabilità e le fragilità sociali, economiche e  culturali, e città dove emergono forti componenti di disequità.                                   

Più ci si addentra nelle periferie suburbane, più alti sono i livelli di svantaggio socio-economico e maggiore è il numero di queste condizioni croniche. E anche se alcuni si riferiscono a queste condizioni come “malattie dello stile di vita”, c’è pochissima scelta di stile di vita coinvolta nella causa e nelle conseguenze di tali drammatiche disuguaglianze sanitarie urbane. Più di ogni altra cosa, possono essere attribuiti alla fornitura di servizi iniqui o assenti, comprese le scuole, i trasporti pubblici e l’assistenza sanitaria e alla mancanza di reti di prossimità socio-sanitaria.                                                             

Dati dell’Health City Institute, indicano ad esempio che a Roma che la prevalenza del diabete tipo 2 nelle aree suburbane della città, fuori dall’anello del raccordo anulare, raggiunge un aumento del 45% maggiore rispetto a coloro che vivono nel centro di Roma. Dati confermati anche dall’aspettativa di vita alla nascita che nelle zone suburbane è inferiore di 3,5 anni. 

“Le città sono oggetti inanimati; non possono essere sani”, ci dicono gli esperti, ma oggi ci siamo resi conto che le città sono, in realtà, ecosistemi altamente complessi e sofisticati in cui si può e si deve raggiungere un delicato equilibrio tra tutti i tipi di comunità animali, vegetali e umane.

Questo va oltre l’accesso allo spazio verde, anche se è importante. Le città sono ecosistemi vivi, tanto da poter oggi palare di metabolismo urbano.                                                                                                                                 

Ho sempre sostenuto un riequilibrio dei valori delle Healthy Cities (equità, empowerment, sostenibilità economica, sociale e naturale, patrimonio e cultura, partecipazione, una società basata sui diritti e anche sui doveri individuali e di una collettività) con approcci integrativi come One Health. Oggi bisogna ripartire da grandi alleanze scientifiche, sociali, sanitarie, urbanistiche  e fondare un concetto di “Alliance on Urban Health and better life”, che vede il superamento di silos culturali, di ricerca, di pianificazione di governance dlle città.                                                                      

Ma sappiamo che questa esplorazione di una Alliance scientifica-culturale è solo agli inizi. Domande intriganti possono essere messe all’ordine del giorno (ad esempio, “Qual è la relazione di un microbioma intestinale umano sano con l’ecosistema urbano – il macrobioma?”).                                         Per noi scienziati, entrando in questa arena integrativa, c’è una preoccupazione generale, che è legata a saper coniugare salute, sviluppo, innovazione a sostenibilità ambientale . Il “contesto ambientale”, il nostro Pianeta è il nostro legame con il patrimonio, il cosmo, l’umanità e la straordinaria complessità degli ecosistemi. E ironicamente, e dolorosamente, le nostre città sono forse diventate la massima espressione della colonizzazione e dell’espropriazione dei “contesti socio-ambientale”,. Non solo hanno allontanato le popolazioni indigene dai loro territori, ma hanno privato tutti noi di un equilibrio spirituale ed ecologico, salutare. Soprattutto, oggi Urban Health deve avere una dimensione globale, interconnessa al bene comune.